Brisighella si racconta: La domus romana al Parco Carné nelle Serate sull’archeologia

Le culture del nostri avi e le loro relazioni con l’ambiente circostante rappresentano il patrimonio storico – archeologico – naturalistico allargato sul territorio brisighellese in maniera vistosa: sono tracce, leggende e materiali che tutti i giorni vediamo, calpestiamo e ammiriamo e che spesso non riusciamo a interpretare. Per capire la connaturata relazione tra la storia della terra e la storia dell’uomo, una serie di ‘Serate sull’archeologia’ è la nuova iniziativa nell’ambito del progetto Brisighella Comunità Ospitale.

Panoramica dall’alto dell’area di scavo al Parco Carnè

A diffonderne la conoscenza sarà Ennio Melandri, esperto di archeologia, che analizzerà il tema della valorizzazione e tutela del territorio, illustrando i metodi d’indagine e le tecniche di analisi dei dati, focalizzandosi sulla presentazione di un sito, in seguito meta di una passeggiata. Il primo incontro giovedì 16 maggio alle ore 20.45 alla Biblioteca Comunale di Brisighella, in Viale Pascoli, presenterà il sito romano del Carnè.

La casa colonica romana fu scoperta nel 2006 da Ivano Fabbri, responsabile del Parco Carné, durante alcuni lavori di manutenzione. In seguito, negli scavi archeologici, il lavoro dei ricercatori è stato guidato da Chiara Guarnieri della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia-Romagna; oggi la domus romana del Carné è un ulteriore elemento di valore a questa importante realtà turistica e ricreativa, cuore del Parco della Vena del Gesso Romagnola.

Il rustico, circa mq 81, si trova sulla sommità di una dolina. Costruito in parte su di una fondazione in legno e in parte direttamente sul banco naturale di gesso, l’edificio aveva probabilmente le pareti realizzate con un’intelaiatura lignea e mattoni in argilla cruda, mentre il tetto era in tegole e coppi. Si può forse ipotizzare che questa piccola struttura sia stata utilizzata da una famiglia di pastori per pascolare il suo gregge. Fu certamente rifatta più volte, per essere abbandonata definitivamente intorno alla metà del I secolo d.C.

Tuttavia, oggi l’ipotesi finora accreditata che la struttura sia stata utilizzata da una famiglia di pastori è messa in discussione dalla recente identificazione nella Vena del gesso romagnola di miniere romane di Lapis Specularis, il gesso vetroso e traslucido che ridotto in sottili lastre sostituiva il vetro piano, in epoca romana ancora sconosciuto. Si è quindi più propensi a pensare che fosse la dimora di un procuratore romano che soprintendeva alle attività estrattive della ‘pietra di luna’.

Cristallo di lapis specularis

Le indagini – tuttora in corso – hanno inoltre permesso di individuare almeno quattro fasi di vita dell’edificio, che subì frequenti rifacimenti. Le stratigrafie interne alla struttura avvalorano l’ipotesi di un utilizzo stagionale della struttura, vista l’alternanza di strati di frequentazione accompagnati a focolari con livelli di argille gialle prive di inclusi, probabilmente di origine alluvionale.

Olla rinvenuta all’interno della domus al Carnè

Una coppa, tra le stoviglie di uso quotidiano che lo scavo alla domus ha restituito

Gli oggetti della vita quotidiana
 All’interno dell’edificio sono stati rinvenuti vari oggetti appartenuti ai suoi abitanti. Si tratta di cose semplici, utilizzate nella vita di tutti i giorni come le stoviglie per cucinare e consumare i cibi, ad esempio alcune pentole da fuoco (olle) che venivano accostate alla fiamma per sobbollire i cibi; sulle pareti si notano ancora i segni dell’affumicatura. Sono state trovate anche coppe, piatti e un bicchiere a ‘pareti sottili’, nome con cui si definisce una particolare tipologia di oggetti che presentano come caratteristica le pareti di esiguo spessore (in alcuni casi si arriva a 2 millimetri) per imitare il bicchiere di vetro. 
Tutti questi oggetti erano conservati in un ripostiglio all’interno dell’edificio e, durante lo scavo, sono stati trovati ammassati l’uno sull’altro in mezzo a resti di legno combusto, quello che rimaneva del mobile o delle scansie sulle quali erano stati riposti.

Fibula in bronzo per fermare i vestiti: accessorio rinvenuto durante gli scavi al Carnè

Lo scavo ha restituito anche altre tracce della vita che scorreva intorno a questo edificio, sia durante il lavoro che nel tempo libero. All’interno della casa si svolgeva il tipico lavoro femminile della filatura, suggerito da una fusaiola; non mancavano nemmeno gli attrezzi per la cura del piccolo orticello di famiglia come testimonia una zappa in ferro. Un dado fa pensare a come il tempo trascorresse anche in giochi; una fibula in bronzo è quello che ci rimane degli accessori che servivano a fermare i vestiti. 
Infine, il rinvenimento di una moneta, un sesterzio di Tiberio coniato a Roma tra il 22-23 d.C., permette di datare con una certa precisione il momento in cui fu frequentato questo edificio.

Margherita Rondinini

(immagini Chiara Guarnieri)

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