La Romagna nelle stampe dell’epoca (dal ‘500 all’800) in Mostra

 Sabato 25 Marzo 2017, alle ore 17, presso la Galleria di Arte Comunale, in V.Naldi (centro storico), inaugurazione della Mostra “La Romagna nelle stampe dell’epoca ( dal ‘500 all’800)” .  Giovedì 30 Marzo 2017, ore 18, presso la Saletta della Biblioteca Comunale , in V.le Pascoli, 1 a Brisighella, presentazione del libro “Il Lamone un fiume tra storia e genti”.

carta Romagna

 

Cenni storici sulla cartografia (di Osiride Guerrini)

Da secoli remoti gli uomini, spinti dal bisogno di comunicare, hanno cominciato a produrre rappresentazioni dello spazio reale con modalità diverse, funzionali alle necessità di mantenere a memoria le informazioni legate agli insediamenti e alle aree produttive.

Duemila anni prima di Cristo, i Sumeri, oltre ad annotare conoscenze astronomiche, erano in grado di riprodurre su tavolette di argilla aspetti fondamentali del territorio. Graficamente erano delineati gli elementi fisici e certificati i limiti di proprietà, i campi coltivati e le reti di servizio, costituite da strade e canali, con tecniche basate sull’osservazione. I sistemi geografici rappresentati nella civiltà numerica e assiro babilonese evidenziano un modello di geografia mistica per la profonda corrispondenza fra il cielo e la terra considerata, quest’ultima, come la proiezione della sfera celeste.

La civiltà greca segna un’ evoluzione della disciplina cartografica e, nonostante non siano pervenuti materiali documentari originali, apprendiamo da fonti scritte del VI secolo a.C. di deduzioni sulla sfericità della terra e di rappresentazioni degli aspetti morfologici e topografici. Testi letterari rimandano ad una terminologia, ancora in uso per la geografia, riconducibile alla raffigurazione di un territorio la cui conoscenza andava progressivamente aumentando. Strabone (63 a.C.- 24 d.C.,) erede della cultura filosofica greca, nei suoi libri che compongono la “Geografia., compie una revisione critica dei predecessori e volge l’attenzione alla cultura geografica e al ‘sapere cartografico” romano guidato da finalità pratiche per esigenze militari, commerciali e amministrative, connesse alla gestione dell’impero.

Delle numerose elaborazioni grafiche prodotte per il rilevamento dell’ampio territorio della Roma imperiale, resta la Tabella Peutingeriana, copia del Basso Medioevo di un itinerario del IV secolo d.C.; una precisa e dettagliata carta sulla rete stradale romana con informazioni sulle distanze fra le varie località, corredata di segni e simboli che riportano ad elementi fisici e antropici. Altre rappresentazioni spaziali, con riferimenti topografici furono realizzate nelle pratiche dei catasti e per la suddivisione centuriale nel vasto ordinamento amministrativo ad opera di Augusto. Pratiche che decadono nel Medioevo per le mutate condizioni socio politiche ed economiche.

Nei secoli di mezzo, pur restando ferme le conoscenze teoriche degli antichi, in particolare quelle tolemaiche, risulta alquanto scarsa e imprecisa la produzione della cartografia, a grande e media scala, se non quella realizzata sulla tradizione romana ad uso dei pellegrini che solcano le strade dell’Europa diretti ai luoghi di culto della Cristianità, fino a Gerusalemme. Attorno al XIII secolo, dopo il perfezionamento e la diffusione della bussola, vicino alle carte nautiche realizzate da vere scuole cartografiche, cominciano ad affermarsi corografie di alcune zone della pianura padana, ma solo in età moderna si impone la mentalità di tipo cartografico ovvero la trasposizione in termini geometrici e matematici dell’ambiente geografico.

L’invenzione della stampa e dell’incisione in legno e in rame, con la conseguente riproduzione e diffusione delle carte, permette la riscoperta e la divulgazione dell’opera di Tolomeo oltre allo sviluppo scientifico della cartografia per effetto degli studi umanistici. Nella cartografia cosiddetta rurale o nei documenti di tipo catastale permangano tuttavia tecniche tradizionali, legate al rilevamento di misure lineari; parimenti le carte, realizzate per opere di bonifica o regolazione delle acque da Aleotti presso la corte ferrarese, da Sabbadino a Venezia, da Danti a Roma, delineano con ricchezza di particolari una zona ristretta del territorio in base all’osservazione diretta degli elementi idrografici, orografici e stradali.

Nel Cinquecento, secolo di riferimento per la produzione cartografica e per le potenzialità legate alle nuove conoscenze e alle innovazioni tecnologiche, divengono più stretti i rapporti fra la conoscenza geografica e l’arte che sottintende evidenti legami con il potere. Verso la metà del XVI secolo sarà pienamente introdotto il metodo della triangolazione dagli olandesi Rainer Frisius e Gerhard Kremer, il noto autore di una nuova tecnica di rappresentazione, ancora in uso, conosciuta come proiezione di Mercatore. Nello stesso secolo si colloca l’esecuzione della ”Galleria delle carte” dei Musei Vaticani dove, lungo le pareti affrescate, si snoda un preciso e dettagliato percorso nelle terre d’Italia, restituite in scala variabile. Con la formazione di moderne unità statali, nel corso del Seicento, diventa maggiormente rilevante l’intervento del potere nella committenza cartografica al fine di documentare le nuove entità territoriali e i flussi commerciali, soprattutto dopo la scoperta del Nuovo Mondo, ma a differenza dei grandi stati nazionali, in Italia, politicamente divisa, fioriranno solo iniziative locali frammentate.

Mappa Romagna

Spetta ai confratelli gesuiti Christopher Maire e Ruggiero Boscovich, verso la fine del Settecento, su incarico dello Stato Pontificio, papà Benedetto XIV regnante, la compilazione di una rappresentazione del territorio dello Stato della Chiesa, con un inquadramento geodetico fondato sulla posizione esatta di alcuni punti con rilevamenti topografici di elementi particolareggiati per una valida restituzione cartografica. Nel corso dell’Ottocento, quando la topografica passa sotto la tutela degli organismi militari, a differenza degli altri stati europei, la copertura cartografica per l’Italia è fortemente determinata dalla situazione politica conseguente il congresso di Vienna. Le topografie realizzate dall’I.R. Stato Maggiore austriaco per il Lombardo Veneto si estendono nel 1851 allo Stato Pontificio e alla Toscana e segnano, dopo quella di Maire e Boscovich, una tappa fondamentale per la rappresentazione del territorio secondo metodi scientifici di osservazione. Come modello per la cartografia militare restano in uso, dopo l’Unità d’Italia, fino al completo ed omogeneo rilevamento per la realizzazione delle tavolette del nostro Istituto Topografico Militare, che assume la denominazione IGM a partire dal 1882.

La mostra in oggetto, pur avendo come titolo “La Romagna nelle stampe dal Cinquecento all’Ottocento”, privilegia il contesto geografico che afferisce alla parte più orientale del territorio segnato dal percorso del fiume Reno, già Po di Primaro, e le questioni idrografiche che interessano i suoi affluenti oltre al fiume Lamone.

Le numerose mappe storiche, manoscritte e a stampa, documentano le trasformazioni del territorio in relazione agli aspetti idraulici e attestano il percorso evolutivo delle tecniche di rappresentazione cartografica: riduzione in scala, orientamento, segni figurativi, legende alfa numeriche fino al sistema di simboli convenzionali odierni. Le mappe a piccola scala di cartografi locali, contenute all’interno di atti, redatte a fini catastali o per le questioni delle acque di bella fattura talvolta privilegiano un modello pittorico paesaggistico, ma hanno scarso valore scientifico. Parimenti alcune ricostruzioni storiche che colmano il vuoto della mancanza del documento originale, traducono per immagini le informazioni tratte da antiche fonti scritte, come recita il cartiglio della carta eseguita dal naturalista e letterato ravennate Francesco Ginanni “Carta dimostrativa del Sistema antico de’ Contorni di Ravenna giusta la descrizione di Plinio, di Strabone, dell’Itinerario di Antonino, e altre antiche memorie”. Nell’excursus temporale riscontriamo grande varietà iconografica con evidente soggettività cartografica e pittografica. Talvolta i codici di rappresentazione, stabiliti per convenzione, possono essere arbitrari, motivati dal contesto di fruizione e riconoscibili nell’ambito della comunità e del territorio raffigurato.

L’impiego dell’aerofotogrammetria, dei satelliti orbitali e dei sistemi informatici, diffusisi negli ultimi anni del Novecento per il rilevamento della superficie terrestre e per le restituzioni cartografiche, hanno portato a rappresentazioni precise e puntuali, ma la cartografia storica resta valido strumento complementare di ricerca, ci invita ad una lettura analitica per conoscere una pluralità di aspetti di una realtà profondamente mutata rispetto all’attuale, oltre ad offrirci la possibilità di cogliere il modo di vedere il territorio, quindi, di concepire il paesaggio.

scorcio di Brisighella con ulivi

Presentazione

Nell’ambito delle iniziative culturali Oscar ‘Scuola viva”, tese a promuovere ed a far conoscere il territorio attraverso studi e ricerche, si è ritenuto di allestire una mostra di cartografia antica sulla Romagna. L’occasione è stata favorita dal desiderio di volere far conoscere la considerevole documentazione acquisita, ma solo in parte utilizzata, per la stesura del libro “Casa]. Borsetti, un territorio costruito dalle acque”, pubblicato nel 2011.

Si è proceduto quindi ad arricchire tale materiale cartografico con ulteriori integrazioni. Per il visitatore abbiamo ritenuto di riassumere in breve gli argomenti trattati e dare qualche linea guida. La mostra segue un percorso, suggerito dalla numerazione dei pannelli, secondo una logica cronologico – temporale, topografica ed infine indicativa dei lavori legati alla risoluzione di problemi idrografici.

Si inizia con le carte del primo pannello che contengono le copie delle antiche stampe rappresentative della Romagna, la “Romandiola” di Mercatore, cartografo olandese, fu la prima rappresentazione di una Romagna priva di confini, l’orografia disegnata a monticelli per descrivere i rilievi appenninici, piuttosto imprecisa la costa e scarsi i toponimi. A distanza di circa 10 anni, molto più completa e attendibile è la carta .Romagna olim Flamini,’ di Antonio Magini, soprattutto la seconda stesura del 1598. In essa possiamo notare i confini dello Stato della Chiesa ed i vari ducati contraddistinti da campiture di diverso colore. In questa stampa viene restituita una regione molto più completa quanto a precisione orografica e idrografica, i toponimi molto più numerosi e somiglianti o simili a quelli correntemente in uso.

Le fonti informative di Magini si sono rivolte alla carta “Flamini,’ di Egnazio Danti, presente nella Galleria del Belvedere in Vaticano, ed a rilievi da lui effettuati personalmente nel territorio con l’aiuto di un nuovo strumento tecnico chiamato “Radio Latino”. In definitiva la carta di Antonio Magini ha costituito il modello per le altre produzioni cartografiche olandesi per tutto il `600, fino a circa metà del ‘700. Nello stesso pannello vengono inoltre presentate tre carte stampate nei primi anni del `700, nelle quali ci viene restituito un territorio le cui conoscenze venivano attinte da tradizioni letterarie umanistiche, basate sugli scritti di storici romani come Plinio, Polibio e Strabone, i quali avevano solcato le acque di quell’immensa estensione veniva chiamata .Padusa. e le varie deltazioni del Po. Essi sono stati i primi storici a riferirci di un principale ramo meridionale del Po definito “Primarius”, da cui in seguito la denominazione ‘Primaro”.

Le varie ramificazioni del delta assumono in questo periodo toponimi, di cui alcuni riconoscibili nelle più moderne mappe. Si è cercato, in definitiva, di fissare sulla carta, con i mezzi di cui disponeva la cultura del tempo, la forma storica di un territorio molto stratificato e continuamente in mutazione per l’instabile conformazione idrologica.

In genere le carte geografiche venivano commissionate dai potenti e, nello specifico, dallo Stato Pontificio, per motivi politici, militari ed amministrativi. Nella stampa del secondo pannello è rappresentata la Legazione della Romagna, ben delimitate sono le varie infeudazioni con le località, fortezze e castelli che il Papa aveva assegnato ai nobili locali.

Accanto possiamo ammirare il “Territorio di Ravenna” di Coronelli, carta famosissima perché fu la prima rappresentazione del territorio ravennate. Le mappe francesi, come si può ben dedurre, sono state redatte per scopi militari, nei primi anni del ‘700, quando l’Italia settentrionale, per la guerra di secessione spagnola, era attraversata da francesi, austriaci, spagnoli e inglesi, riuniti in opposte fazioni. Nella carta redatta dal Mortier per le armate francesi, ben delineata è la zona delle Valli di Cornacchie dove, oltre ai simboli delle fortezze, sono ben visibili i cordoni fossili dunosi. Procedendo lungo il percorso suggerito, molto interessanti sono due stampe. “La descrizione topografica del territorio di Lugo” per i segni evidenti delle antiche centuriazioni romane, con gli appezzamenti di terra a forma quadrata assegnati agli antichi legionari e la ‘Carta geografica dello Stato Ecclesiastico” del 1755 dove, con calcoli trigonometrici, è stato possibile, per la prima volta, calcolare le coordinate geometriche di 84 importanti città. Si tratta della prima carta moderna della Romagna.

Quindi si passa alle mappe topografiche dei successivi pannelli, ove sono rappresentati i terreni che la proprietaria Abbazia di San Vitale assegnava ai vari enfiteuti o affittuari del luogo. Come si può notare le due carte, con i terreni dell’Abbazia, ci danno una descrizione dettagliata della corografia dell’antica Testa d’Asino comprendente Primaro e Mandriole. Zone vallive si alternano a pascoli per le mandrie, a valli e pinete. Queste terre venivano assegnate in enfiteusi a nobili del luogo come i Calcagnini, Rasponi, Lovatelli, Guiccioli, che possedevano terreni anche presso le altre Abbazie. Questi a loro volta subaffittavano i terreni a coltivatori, contadini del luogo o del Ferrarese. Da segnalare inoltre la grande carta topografica 755 Mandriole Primaro del 1882 (Pannello 7). In essa è descritto il territorio dopo le grandi bonifiche che, per il lavoro idraulico eseguito, si avvicina all’aspetto odierno. Cercare nella tavola 11 in basso il nascente villaggio di Casal Borsetti, contrassegnato da una freccia rossa con bandierina. Le abitazioni non accatastate erano costituite prevalentemente da capanni e baracche. (La prima costruzione in muratura fu edificata nel 1903 dal Consorzio Bonifiche di Lugo in corrispondenza della foce dell’attuale canale, ben riconoscibile in paese anche perché tutta colorata di rosso).

MostraCARTOGRAFIA_2

Questioni idrografiche

La possibilità di affrontare globalmente la grande opera di bonifica, dopo tanti tentativi infruttuosi non si presenta prima del 1598, anno in cui il territorio ferrarese entra a far parte dello Stato Pontificio. Così sotto il dominio diretto della Chiesa, tutta l’area basso padana fu riunificata. Terreni bassi e soggetti a continui allagamenti attraversati dagli affluenti di destra del Po di Primaro, fiumi a carattere torrentizio e ricchi di depositi alluvionali e le frequenti rotte del Reno, nei periodi di piena, avevano reso improrogabile il progetto di bonifica. Occorsero più di 160 anni per adottare tutte quelle modifiche che oggi integralmente sono a noi pervenute.

Nel 1740 Benedetto XIV fece scavare il cavo a cui diede il nome “Benedettino., che partiva da Argenta fino a S.Agostino sotto Ferrara, 30 Km di lunghezza ed immetteva il Reno nel Po di Primaro, ma esso ben presto si interrò e i problemi continuarono a persistere. In seguito, furono presentate diverse proposte al fine di perseguire il riassetto dell’intero sistema idrografico che comprendeva, in Romagna, anche l’intervento sul fiumi Sillaro, Santerno, Senio e Lamone. Esse sono così riassumibili, 1) portare le acque del Reno con un rettilineo attraverso la Romagna in Adriatico (cosa rivelatasi subito impraticabile), 2) adottare la linea “Di valle in valle”, rispolverando l’antico progetto di Gianbattista Aleotti di Argenta, portare cioè il Reno, attraverso cavi e botti sotterranee, a sfociare sotto l’Antica testa d’Asino, soluzione gra#dita ai ferraresi, 3) immettere il Reno in Primaro innalzando i suoi argini destri.

Le discussioni e le varie contrapposizioni fra le fazioni (Ferraresi, Bolognesi, Veneziane, Austriache) si protrassero fino al 1764 quando, dopo il famoso sopralluogo Conti del 1761 (vedi carta pannello 9) si decise di immettere il Reno in Primaro su validi progetti dell’idrologo e matematico Antonio Lecchi. La sua opinione che il Primaro avesse sufficiente pendenza per accogliere anche gli altri fiumi romagnoli, prevalse su tutto e le opere iniziarono nel 1767, fino a completarsi nel 1784. Il Reno, attraverso il cavo Benedettino a sua volta ripristinato, fu preso a Traghetto (l Km a sud di Molinella), ma in territorio argentano e immesso in Primaro. Non tutti i problemi si risolsero, ma tanti terreni furono sottratti alle acque e le opere di bonifica continuarono fino a tutto il secolo successivo.

Nella prima carta (pannello 10) sono sintetizzati gli imponenti lavori eseguiti (drizzagni, scoli, canali). Nel 1903, per scolorare il Reno, fu ideato un canale collettore che intercettasse gli scoli dei terreni di bonifica, quindi liberare il fiume Reno dalle piene vicino alla foce; così fu scavato, più in basso, parallelo al fiume, un canale collettore di bonifica delle “Acque chiare”, lungo 36 Km, che partiva dallo Scolo Zaniolo presso Lavezzola e ricalcando in parte l’ultimo tratto del Lamone, sfociava a Casal Borsetti. L’opera, un capolavoro di ingegneria idraulica per imponenza e complessità, fu terminata nel 1930.

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La curatrice, Guerrina Casadei Zaffagnini

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